Parliamo di Design for Help. Dove per ‘aiuto’ intendiamo empatia, compassione, accoglienza, soccorso, collaborazione, sostegno... umanità. Empatia al primo posto, ché solo guardandoci dentro senza pregiudizi possiamo imparare a relazionarci con altri, a stabilire una vera reciprocità nell’ascolto e, infine, a condividere un progetto.

 

Parliamo di Design for Help, di quel design capace di farsi delle domande, anche quando sono  scomode, ma che non vuole darsi da solo le risposte. È un design che sa mettersi in discussione, sa e vuole cercare il confronto e la collaborazione con chiunque possa o debba avere voce in capitolo. È un design che nella crisi vede un’opportunità. È un design che progetta ‘con’ e non progetta ‘per’.  È un design user-centred, che cerca cioè di mettersi nelle scarpe di chi fruirà del prodotto o del servizio su cui si sta lavorando. E lo fa in tutte le fasi progettuali.

 

Parliamo di Design for Help: progetti che possono fare la differenza là fuori... confrontandosi in modo sempre più sistematico con le delicate questioni della contemporaneità, come i flussi migratori e i drammi quotidiani dei rifugiati, o le nuove esigenze di una popolazione che invecchia, la necessità di adattamento ai cambiamenti climatici e, più in generale, l’impellente bisogno di riparare ai danni ambientali causati da modelli di sviluppo non più sostenibili.

 

A questo proposito, mi piace chiudere citando le parole pronunciate dallo scrittore e filosofo Alain Botton lo scorso febbraio a Zurigo, invitato da Ikea Foundation per il lancio di  “What Design Can Do - Refugee Challenge”. Parafrasando Stendhal, Botton ha affermato: « La beauté n'est que la promesse du bonheur. » La bellezza non è altro che la promessa della felicità. Ricordiamocelo.

 

Pat Lugo

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